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Con le armi per la pace e per combattere la guerra

Solo con la fine della presidenza Putin la guerra finirà. Un sostegno deciso a Kiev, per sconfiggere il progetto imperiale russo diventato ormai un genocidio anti ucraino

di Barlaam

Con un intervento su Avvenire e un’intervista su Repubblica, Achille Occhetto ha preso posizione sul tema dell’invasione russa dell’Ucraina e sui modi di mettervi fine. È interessante cercare di capire il punto di vista dell’ex segretario del PCI perché in quanto sostiene Occhetto è possibile ritrovare tutte le difficoltà provate da una parte della sinistra europea quando si confronta con la guerra. Una posizione che, semplificando un po’, viene compressa nei concetti di pace e pacifismo. Ora se c’è una cosa che le mosse di Mosca fanno capire e che se è giusto opporsi alla guerra, questo non basta per impedirla. Per esempio se l’Ucraina invece di consegnare le proprie armi nucleari in cambio di garanzie, non rispettate, avesse conservato il proprio arsenale atomico, non sarebbe stata attaccata. Comunque tra le preoccupazioni principali di Occhetto c’è quella che la pace non “diventi il pomo della discordia della sinistra” italiana.

Campo, quello della sinistra, in cui viene messo anche il M5S è già questo crea confusione. Non perché qualcuno possieda timbri con cui bollare la posizione del movimento, ma perché è lo stesso Conte a muoversi da sempre sulla base di un opportunismo che più sfrenato non si può. Un trasformismo motivato da un risentimento che l’ex presidente del Consiglio coltiva da quando ha dovuto lasciare palazzo Chigi. E, a meno che non sia obbligato a pagare cambiali firmate durante gli anni di governo a qualche potenza, Conte dà l’impressione di essere disposto a tutto pur di tornare al potere. Un atteggiamento riconoscibile anche nelle prese di posizione sul conflitto in corso. Altro che uno vale uno.

L’impero come condanna

Come tanti che pensano di poter trovare una soluzione al conflitto in corso partendo dall’attualità, anche Occhetto è guidato da una svista. Alla base dell’avventura di Mosca in Ucraina non vi sono ragioni contingenti. In questo senso ha ragione Lavrov. Alla domanda su chi affianca Putin nelle sue decisioni, il ministro degli Esteri russo ha risposto: “si consiglia con Ivan il Terribile, Caterina II e Pietro il Grande”.
Ma per spiegare i ripetuti attacchi all’Ucraina, la brutalità della guerra russa e la propaganda di odio nei media statali, non basta la memoria. Nei discorsi di Putin sono presenti narrazioni e argomenti storici bizzarri e infondati. Per poterli decifrare bisogna guardare al problema irrisolto dell’identità russa: il passato imperiale e come questo si sia saldato all’ossessione antioccidentale. Difficile trovare il momento in cui questi due umori si cristallizzano. Rispetto al mito imperiale, l’unica cosa certa è che Mosca a differenza di Berlino, Bruxelles, Londra, Madrid, Parigi, Vienna e altre capitali, è arrivata al XXI secolo senza essere riuscita a liberarsene. E, a differenza della Germania che dopo il 1945 ha abbandonato i propri fantasmi, il Cremlino è ancora preda di questa psicosi. È possibile che a Mosca vedano i passaggi compiuti da Berlino dopo la seconda guerra mondiale come una sequenza obbligata. Ossia che una volta abbandonata la strada nazional-imperiale la Russia, come la Germania, non abbia altra scelta se non abbracciare il modello occidentale. Un’incapacità che ha fatto si che dopo la dissoluzione dell’URSS, l’amministrazione Eltsin, volendo staccarsi sia dal modello “occidentale” gorbacheviano che dal passato imperiale, sia rimasta in mezzo al guado. Senza riuscire a trovare la cosiddetta “idea per la Russia”. Al contrario Putin non ha mai considerato alternative. Imperialismo e antioccidentalismo sono ritenuti sostegni, forse artefatti, ma indispensabili ad impedire la dissoluzione russa. Sono queste le basi profonde del minuscolo gruppo di potere che attorno al presidente ha deciso il passo del 24 febbraio 2022.

Secondo un proverbio russo, Ne roj drugomu jamu – sam v nejo popadjosh‘, chi scava la fossa a un altro, ci cadrà dentro. E visto come stanno andando le cose in Ucraina, l’invasione dello Stato vicino potrebbe diventare la fossa che il Cremlino si sta costruendo con le proprie mani.

Sconfiggere Putin per avere la pace

Per tornare ora all’attualità politica le paure di Occhetto riguardano tutta la sinistra europea. E come per l’Italia, anche in questo caso la discordia sta nell’aiuto militare all’Ucraina. Un nodo difficile da sciogliere al punto da essere tentati dall’ambiguità. Ma la scelta di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, segnerebbe l’irrilevanza della sinistra europea. Se così fosse, il “nuovo ordine internazionale” che seguirà la fine dello scontro tra Mosca e Kiev avverrebbe all’insegna del nazionalismo europeo.

Innanzitutto è bene chiarire che qui si parla della sinistra europeo-occidentale. È in questa parte del continente infatti, che l’umore anti-ucraino tenuto sotto traccia all’inizio dell’invasione, ora, a 414 giorni dall’inizio della “operazione militare speciale”, si ripropone senza le timidezze iniziali. Francia, Grecia, Italia, Spagna, Germania. Qui parte della sinistra crede di poter continuare a decifrare le relazioni internazionali con il credo anti NATO e anti USA tipico del mondo di ieri. Si tratta di forze politiche attive in paesi, i primi quattro, geograficamente lontani da Mosca ma più permeabili alla propaganda russa grazie alla presenza, in passato, di forti e prestigiosi partiti comunisti. Differenti le ragioni della subalternità tedesca. Fascinazione storica, intrecci dinastici, sensi di colpa per il passato nazista e gratitudine per la non opposizione del Cremlino alla riunificazione, hanno dato vita a un impasto politico fatto di subalternità e opportunismo di Berlino verso Mosca. Un atteggiamento che, dopo il 24 febbraio, in Germania esiste ancora, se si prescinde dalla destra estrema di Alternative fuer Deutschland, sia nella SPD che, con più forza, nella Linke.

Opposta l’aria che si respira a oriente del continente. Paesi baltici, Polonia, Cechia, Slovacchia, Romania, qui la vicinanza territoriale con la Russia fa tutt’uno con la conoscenza delle ricorrenti paranoie imperiali del Cremlino e, soprattutto, con la volontà di non farne più le spese. Ancora: se è vero quanto sostenuto da Ben Gurion che “le prove di fuoco formano le personalità politiche”, allora è indubbio l’est Europa ne abbia superate di più.

France Insoumise LFI, Syriza, Podemos, Die Linke, e per l’Italia M5S, Sinistra Italiana, Articolo 1, queste le formazioni politiche che in un modo o nell’altro, faticano a trovare condotte chiare sul conflitto, cercando un atteggiamento che va dall’ambiguità filo russa all’ostilità anti Nato e USA. Posizioni che non solo ribaltano le responsabilità e indeboliscono il fronte europeo, ma soprattutto rischiano di spaccare i partiti che le sostengono.

Concludere il lavoro di Hitler?

Eppure basterebbe la storia di Boris Romanchenko a spiegare, almeno simbolicamente, cosa avviene oggi in Europa. L’uomo, un ucraino deportato dai nazisti, sopravvissuto a Buchenwald, soldato dell’Armata Rossa e liberatore della Germania da Hitler, il 18 marzo 2022 è stato ucciso da un proiettile russo a Charkov dove, 96enne, viveva da pensionato. Secondo Bodo Ramelow questa vicenda dimostra come “Putin voglia concludere quello che Hitler non è riuscito a fare”. Ramelow, dirigente della Linke e presidente della Turingia, rischia l’espulsione dal partito per le sue posizioni favorevoli agli aiuti militari a Kyjv. Per Ramelow Die Linke rifiuta di vedere che la Russia è “uno stato imperiale” guidato da “un leader sciovinista”. Da questa negazione ne discende la continua “minimizzazione dell’aggressione russa” e di conseguenza l’incapacità del partito di affrontare il nodo “della pace e la guerra”. Ramelow ritiene che anche l’altro dissidio interno al partito, la NATO, non abbia più ragione di esistere. “L’adesione di Svezia e Finlandia, avvenuta col sostegno popolare e il coinvolgimento dei partiti di sinistra ha risolto una volta per tutte” la contesa. Die Linke è inoltre la patria politica di Sahra Wagenknecht, personaggio simbolo di quel fenomeno “persone di sinistra da destra”, conosciuto in Germania tra il 1919 e il 1933. Altrettanto succede in Francia, dove a ottobre alcuni deputati di LFI si erano detti pronti a votare con la destra di Rassemblement National.

Sembra a volte che la sinistra occidentale viva in un mondo fantastico. Da qui le prese di posizione da “anime belle” che non hanno nessuna possibilità di affermarsi. Che dire infatti della richiesta di Occhetto di “restituire all’ONU i poteri di intervento previsti nella carta fondativa”, allo scopo di rendere le Nazioni Unite un’istituzione internazionale dotata del “monopolio della forza” in grado di imporre il “rispetto della legalità internazionale”. Ribattere che è stato proprio un paese, la Russia, dotato del potere di veto al Consiglio di sicurezza ad aver scatenato in Europa una guerra di genocidio contro un altro paese, l’Ucraina, membro dell’ONU, è “realismo pusillanime”, oppure è la semplice presa d’atto dello stato concreto delle cose? Solo se non si vuol vedere l’impotenza dell’ONU si può sostenere come fa Occhetto, di essere “dalla parte dell’Ucraina” non “per atlantismo”, ma per “fedeltà alla Carta delle Nazioni Unite”. Se fondata è la necessità affermata dal politico torinese, di pensare alla “ridefinizione di un nuovo ordine europeo”, oscura è la pretesa di volerlo fare attraverso la “diplomazia dei popoli”.

L’ esistenza dell’Ucraina trasformerà la Russia   

Chiaro è al contrario l’obiettivo russo. Innanzitutto cancellare grazie alla vittoria militare l’Ucraina e il suo popolo dalla faccia della terra. A quel punto le trattative avrebbero il compito di: a) ratificare il genocidio, b) dare no alla Russia la possibilità di raggiungere l’altro obiettivo fissato da Putin nel dicembre 2021: il disarmo dei paesi appartenenti all’ex Patto di Varsavia che negli anni ‘90 sono entrati nella NATO. Questi erano i sogni del presidente russo quando era certo di sbaragliare Kyjv in tre giorni. Se il presidente russo dovesse raggiungere lo stesso obiettivo in un paio d’anni, si può essere certi che non si fermerebbe. Dunque per poter sventare nuove guerre occorre continuare ad aiutare militarmente l’Ucraina. E, a differenza di quanto molti a sinistra ritengono, il simbolo della sconfitta definitiva della Russia, sta nell’esistenza stessa dell’Ucraina. In questo caso l’ipocrisia è impossibile: se gli aiuti all’Ucraina dovessero segnare la vittoria della resistenza ucraina, la sconfitta di Mosca sarebbe definitiva. Altrettanto la pace sarà durevole solo se suggellerà la fine dell’imperialismo russo. A quel punto si potrà immaginare di dar vita a una rete di sicurezza che tenga conto degli interessi non solo di Ucraina e Russia ma anche di quelli europei e delle grandi potenze Cina e USA.

In particolare per ciò che riguarda l’Europa, l’invasione russa dell’Ucraina ha capovolto le prospettive della sua sicurezza. Rispetto alla fine dell’URSS quando Mosca era vista come un soggetto indispensabile a garantirla, ora la questione è opposta. Occorrerà trovare la formula capace di disinnescare il pericolo di un nuovo conflitto convenzionale nel continente. Le violazioni del diritto internazionale operate da Mosca nel 2014 e nel 2022, la sua inaffidabilità revisionistica, pongono la questione di come gli Stati vicini alla Federazione russa possano essere protetti da nuovi attacchi.

Riferimenti

Un nuovo ordine internazionale per una nuova prospettiva di pace,  Avvenire 1. IV. 2023

Achille Occhetto: “Serve un pacifismo che non aiuti i dittatori: Schlein e Conte ci riflettano”, Repubblica 3. IV.2023

„Putin vollzog, was Hitler nicht schaffte“, Frankfurter Allgemeine Zeitung 3. IV. 2023.

H. H. Schroeder, Krieg und Verhandlungen. Voraussetzung fuer Frieden in der Ukraine. Osteuropa, 11/12 2022

T. Snyder : « Pour devenir meilleur, un pays doit perdre sa dernière guerre coloniale », Le Monde, 8.IV. 2023.

F. Luk’janov: Civilizacionnyj Vybor, Rossia v Globalnoj Politike, IV.IV.2023

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